Rompere lo specchio
Come in uno specchio (Såsom i en spegel), 1961, Ingmar Bergman
Johann Sebastian Bach, Sarabanda, II Suite BWV 1008 | Erling Blöndal Bengtsson, violoncello
Ho sempre cercato di capire cosa vedesse Ingmar Bergman nella musica di Johann Sebastian Bach. Conservo sempre con me, per questo motivo, un appunto che ho trascritto da Lanterna magica, la sua autobiografia. Descrive uno dei momenti di grande sofferenza del regista, e il tentativo di mantenere un equilibrio nonostante le avversità:
Il maestro [Bach, ndr] era tornato da un viaggio, durante la sua assenza erano morti la moglie e due figli. Egli scrisse sul diario: “buon Dio, fa’ che non perda la mia gioia”. Per tutta la mia vita cosciente ho vissuto con quella che Bach chiamava la sua gioia. Mi ha salvato durante crisi e periodi di infelicità, è stata efficace e fedele come il mio cuore. A volte soggiogante e difficile da governare, mai però ostile o distruttiva. Bach chiamava gioia questa condizione.
Sono sempre stato convinto che Bergman sia diventato, suo malgrado, un interprete delle musiche dei suoi film attraverso le scene che vi ha sovrapposto. Le sue immagini abitano ormai a pieno titolo le pagine di questi brani. Chi mai potrebbe, suonando la Sarabanda della Quinta suite, restare indifferente all’immagine della Pietà che in Sussurri e grida si lega a questa musica?
Sussurri e grida (Viskningar och rop), 1972, Ingmar Bergman
Sarabanda - V Suite BWV 1011 | Pierre Fournier, violoncello
L’altro giorno ho ripensato a una scena che è nel finale di Sarabanda, il suo ultimo film. La protagonista Marianne (Liv Ullmann) va alla casa di cura per far visita alla figlia Martha (Gunnel Fred), seduta sul letto in uno stato quasi catatonico. La sfiora, le toglie gli occhiali, e lentamente sugli occhi della figlia che si aprono inizia la Sarabanda dalla Seconda Suite (la stessa di Sussurri e grida). Vediamo questo con un primo piano che lentamente si stringe sul volto della figlia finché non passa al volto della madre, che pure, finalmente, la vede. Il film si chiude nel frammento successivo, ultima scena del film e della vita del regista, dove Marianne confessa: «per la prima volta ho realizzato, ho sentito, che toccavo mia figlia, la mia piccola».
Non vorrei forzare le intenzioni del regista ma condivido l’idea di una musica in grado di tenere in piedi la nostra vita toccandola, guardandola.

