L’arte è un gioco
Estos días azules y este sol de la infancia
Antonio Machado
Francesco Scarabicchi iniziò a tradurre le poesie di Antonio Machado e Federico Garcia Lorca nei primi anni ’90. Nelle notti in cui le notizie dalla Guerra del Golfo lo angosciavano e lo tenevano sveglio traduceva i versi dei due poeti. Le traduzioni confluiranno poi in Non domandarmi nulla (2015, Marcos y Marcos). Ho sentito un frammento di un’intervista in cui diceva «scrivo poesie perché non so suonare la fisarmonica». Quando l’ho sentito ho subito pensato: come mai suono la chitarra?
Federico Garcia Lorca e Antonio Machado hanno definito un’immagine della chitarra che va al di là della valenza letteraria. Questo significa che ciò che i due poeti vedevano nella chitarra servirà poi a Manuel de Falla per scrivere Homenaje, pour le Tombeau de Claude Debussy, del 1920, commissionato da Henry Prunières per la Revue musicale di cui era direttore.
Dei due, colui che a mio avviso apre la porta all’idea nuova di chitarra sarà Machado. Per esempio la sua Cante Hondo viene pubblicata nel 1907: […] Y en la guitarra, resonante y trémula, / la brusca mano, al golpear, fingía / el reposar de un ataúd en tierra. / Y era un plañido solitario el soplo / que el polvo barre y la ceniza avienta. […]
Federico García Lorca camminerà invece parallelamente a Manuel de Falla. Il culmine di questa collaborazione lo si vedrà nel Concurso del Cante Jondo, del 1922. In Guitarra, nel 1920 - anno dell’Homenaje di Falla - scrive: […] Arena del Sur caliente / que pide camelias blancas. / Llora flecha sin blanco, / la tarde sin mañana, / y el primer pájaro muerto / sobre la rama / ¡Oh guitarra! / Corazón malherido / por cinco espadas.
Angelo Gilardino aveva stabilito nell’Homenaje uno spartiacque tra il prima e il dopo nella storia della chitarra: «Falla ha riconosciuto nel suono della chitarra un potere arcano che, prima di lui, non era stato individuato da nessun altro compositore. Con l’Homenaje, la chitarra è diventata uno strumento capace di profondità: questo è stato l’unico aspetto della poetica chitarristica che ha fatto storia nel Novecento, perché, dopo Falla, è stato raccolto da altri compositori che si sono accostati, come diceva Petrassi, al mistero del timbro chitarristico».
Qui va esplicitato un concetto, di primaria importanza, che Angelo Gilardino esprime: con Homenaje, Falla scopre qualcosa che prima di lui non esisteva e che si manifesterà nel corso del ‘900 (fino ai giorni nostri) nella forma della letteratura per chitarra per qualità intrinseche della chitarra. Il nome che Gilardino conferisce a tutto ciò è tenebrismo. Non tanto perché la storia della musica fosse, fino ad allora, estranea al mondo delle tenebre, basterebbe guardare ai clavicembalisti francesi del periodo barocco. Dei poeti, non parliamone nemmeno, potendo risalire fino a Noche Oscura di Juan de la Cruz.
Ciò che accade nel ‘900 è però un movimento intrinseco alla chitarra, e ciò significa che non solo la chitarra si offre come veicolo ma lo fa anche in ragione della classe cui appartiene. Certo, già allora gli strumenti costruiti da Antonio de Torres - per citare il liutaio le cui intuizioni costruttive permetteranno tutto ciò - erano strumenti costosissimi. Ma resta, la chitarra, lo strumento del popolo, del cante jondo, dei gitani, degli umili.
Se volessimo sfiorare anche solo pochi nomi di compositori che nel ‘900 si sono accostati al timbro della chitarra con titoli che rimandano a questo immaginario, troveremmo quello di Benjamin Britten con Nocturnal after John Dowland (tra l’altro scritto dopo aver ascoltato Homenaje di Falla eseguito da Julian Bream); di Goffredo Petrassi con Suoni notturni; di Reginald Smith Brindle con El Polifemo de Oro; di Angelo Gilardino da Tenebrae factae sunt a tutto ciò che ha scritto in vita; di Hans Werner Henze, con Royal Winter Music sui personaggi shakespeariani il cui titolo deriva da Now is the winter of our discontent prodigioso incipit di Richard III.
Negli stessi anni in cui il poeta Francesco Scarabicchi iniziava a tradurre i due poeti, il compositore Angelo Gilardino pubblicava la prima edizione della Sonata para guitarra (1933) di Antonio José. Rimando a tutto ciò che Angelo Gilardino ha scritto nelle prefazioni alle due edizioni di questa musica. Per ciò che mi riguarda: ho sul leggio proprio in questi giorni il manoscritto della Sonata e ammetto di trovarmi al cospetto di un lavoro unico, di rara bellezza. Per José la chitarra si offre come mezzo per scavare a una profondità maggiore, abbandona qui il collegamento diretto con le melodie del folklore spagnolo - di cui era grande studioso - per approdare a un’opera di pura immaginazione dove semmai i richiami sono alla musica francese. In questo senso la Sonata è al culmine della sua intera carriera, come lo è della lettura citaristica della prima metà del ‘900.
Per più di 50 anni quasi dimenticata, sopravvissuta in soli due manoscritti differenti (da cui le due edizioni) all’assassinio del compositore e al lavoro di rimozione culturale e politica che la dittatura del caudillo aveva sapientemente messo in atto in Spagna, vedrà la sua prima pubblicazione solo nel 1990.
Antonio José viene sorpreso in casa da un gruppo armato di falangisti il 6 agosto 1936, mentre lavorava alla sua opera El Mozo de Mulas. Dopo due mesi di detenzione senza la formulazione di un’accusa viene condotto l’11 ottobre 1936, insieme ad altri prigionieri, a Estépar e lì fucilato senza processo. La sua morte fa pensare a quella di Federico Garcia Lorca, avvenuta il 19 agosto 1936 sempre per mano dei falangisti, descritta da Antonio Machado in una poesia lacerante:
[…] Uccisero Federico / mentre la luce spuntava. / Il plotone dei carnefici / non osò puntare alla faccia. / Tutti chiusero gli occhi; / pregarono: neppure Dio ti salva! […].
Le circostanze sono simili al punto che Angelo Gilardino, riprendendo il commento di Ian Gibson che scriveva, a proposito di Garcia Lorca «Venne assassinato da una mentalità», traccerà un’equazione tra i due: Federico Garcia Lorca è stato ucciso dai cattivi poeti, Antonio José è stato ucciso dai cattivi musicisti. La ergeva a difesa del talento di amici e allievi che attendevano di prendere il largo.
Consigli IV
Sappi sperare, aspetta che la marea cresca
— come a riva una nave — senza che il partir ti inquieti.
Chiunque aspetta sa che la vittoria è sua;
perché la vita è lunga e l’arte un giuoco.
E se la vita è breve
e non arriva il mare al tuo battello,
attendi senza partire e sempre spera,
perché l’arte è lunga e, inoltre, non importa.
Antonio Machado (trad. Francesco Scarabicchi)

